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Gli elettori

Affluenza in calo, partecipazione politica e suffragio: una riflessione sulla deriva della democrazia e una proposta di voto epistocratico.

De Officio7 min di lettura
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Gli elettori

Un tema di grande importanza su cui è necessario soffermarsi per comprendere la deriva che sta prendendo la politica italiana, e non solo, riguarda i cittadini elettori. Per fluidificare la trattazione, suddivideremo l'articolo in tre sotto-temi strettamente correlati tra loro: l'affluenza, la partecipazione politica e il suffragio.

L'affluenza

Aventi diritto al voto: circa 46 milioni di cittadini; votanti: 29 milioni elettori (63,9%). Questi sono i dati delle elezioni politiche alla Camera del 2022. Al Senato della Repubblica, le statistiche, raccolte dall'archivio del Ministero dell'Interno, variano di poco. Elettori: circa 46 milioni; votanti: 28 milioni (63,8%). E' evidente il continuo decremento dell'affluenza di elettori all'esercizio del loro potere democratico. Nelle elezioni politiche svoltesi il 4 marzo 2018, l'affluenza alle urne era maggiore di almeno 10 punti (73%). Addirittura, tornando molto indietro nel tempo, alle prime elezioni politiche della Repubblica italiana datate 18 aprile 1948, almeno il 92% dei cittadini aventi diritto al voto si diresse alle urne. Queste comparazioni potrebbero confutare la mia teoria, secondo cui la democrazia logora la partecipazione politica e la stessa democrazia in senso lato. Nel 1948 l'Italia era a tutti gli effetti un Paese democratico, eppure il livello di partecipazione era molto alto e integrativo. Dopo anni di conformismo ideologico fascista, avere l'opportunità di esprimere liberamente le proprie idee ha portato il popolo a votare in massa partiti o movimenti che meglio lo rappresentassero. Il voto nel '48 può essere considerato più un gesto simbolico di liberazione ed espressione dei propri pensieri, fino ad allora repressi. Pertanto, si potrebbe giustificare la differenza di affluenza tra un periodo e l'altro contestualizzandola storicamente. Il problema sorse quando, successivamente alle elezioni del 2008 – fino ad allora l'affluenza rimase intorno a una percentuale media dell'80% – la percentuale di elettori che si recarono a votare iniziò a calare (75%) fino ad arrivare alla statistica riportata sopra, delle elezioni politiche del 25 settembre 2022.

Il primo grande problema, quindi, è la progressiva diminuzione della partecipazione all'esercizio del voto. Questo vortice di astensionismo porta la maggioranza politica vincitrice di un'elezione a rappresentare, paradossalmente, neanche un terzo degli aventi diritto al voto e meno di un terzo dei cittadini. L'irresponsabilità e l'inadempimento ai doveri civili dei cittadini che non votano possono essere imputati causalmente alla degenerazione della politica italiana?

La partecipazione politica

L'affluenza alle elezioni politiche è diversa dalla partecipazione politica. Per partecipazione politica si intende l'impiego di energie intellettuali nell'attività politica del Paese. Per spiegare meglio questo concetto, riporterò alcuni pensieri sulla democrazia deliberativa del sociologo Jürgen Habermas. Ciò che anima e dà vita alla sfera politica di una società è un obiettivo comune: il perseguimento degli interessi nazionali. Un'organizzazione, un'istituzione, un gruppo sociale e quindi, anche un popolo che stabilisce un fine condiviso, porta i membri a confrontarsi e discutere sui mezzi adeguati da adottare per raggiungerlo. Quando, nel gioco della deliberazione, entrano a far parte variabili come: bassa cultura, disinformazione, incompetenza, sopraffazione e assolutismo e gnosticismo, il gioco perde il suo valore intrinseco. Per democrazia deliberativa si deve intendere il perseguimento dell'utile di una collettività per mezzo del confronto e del dibattito razionale ad opera della stessa collettività. Democrazia deliberativa significa partecipazione politica. Habermas afferma che la deliberazione deve osservare le seguenti regole: 1) i parlanti devono essere coerenti, non devono contraddirsi; 2) il linguaggio e la terminologia devono essere coerenti a una serie di norme prestabilite, in modo da essere certi che tutti si riferiscano alla stessa cosa; 3) veridicità, devono esprimere le loro reali intenzioni; 4) verità proposizionale, riportare eventi o situazioni realmente avvenute. Laddove i presupposti previsti dallo studio di Habermas non sussistono, la democrazia ha cessato di svolgere una delle sue virtù fondamentali. I partiti, in tempi recenti, si sono fatti portatori delle variabili che causano un sempre più basso livello di partecipazione politica. Manipolazione, distorsione dei fatti a fini propagandistici e slogan persuasivi hanno portato ai partiti più voti e agli elettori meno ragionamento e confronto politico. Per rispondere alla domanda posta nel paragrafo precedente quindi, ovviamente l'assenza del dovere civico dei cittadini contribuisce al deterioramento della democrazia, ma un ruolo molto importante lo ha il basso livello di partecipazione politica che porta gli elettori a disinteressarsi di un mondo che non sanno di sapere che gli appartiene. Come si potrebbe fare quindi, a ricreare le condizioni sociologiche descritte da Habermas?

Il suffragio universale con voto epistocratico

La mia personale analisi causale riguardo la decadenza della democrazia vuole evidenziare come essa sia dovuta all'inasprimento culturale politico, effetto dell'accesso universalizzato dell'istituto del voto. In tutti i Paesi civilizzati esiste un procedimento da seguire per poter conseguire la patente e guidare per strada. Solamente chi riesce a superare un esame teorico prima, e un esame di guida pratico poi, potrà aspirare a ricevere la patente di guida. Viene da sé che se la patente venisse distribuita indistintamente a tutti i cittadini di un Paese senza aver esaminato accuratamente le loro conoscenze del codice della strada e la loro capacità di guida, in strada si registrerebbe una quantità sempre maggiore di incidenti. In ogni ambito e in ogni lavoro esiste un sistema di selezione basato sulla competenza e sulla capacità manuale/intellettuale specifica di quel determinato impiego. Per diventare medici occorre necessariamente, come criterio minimo di assunzione, disporre di una laurea in una branca della medicina; per diventare avvocati occorre avere una laurea in giurisprudenza e partecipare a un concorso pubblico e così vale per ogni professione, a volte anche per fare il cameriere richiedono esperienze pregresse. La domanda quindi sorge spontanea: perché questo non vale anche per la politica? È giusto distribuire a tutti i cittadini maggiorenni la tessera elettorale senza un criterio in grado di verificare le competenze nelle scienze sociali?

Riporto alcuni pensieri elaborati da Carlo Calenda in una lettera al Corriere della Sera che possono aiutare ad esporre meglio il problema del voto: "…Che nella democrazia l'elettore sia «il Re» è un fatto, ma che anche i Re possano sbagliare è altrettanto comprovato. In Italia da molto tempo, il voto degli elettori prescinde da ogni criterio razionale relativo alla capacità effettiva di governo delle istituzioni dei candidati in campo. Negli ultimi decenni è prevalso il voto «contro» — destra e sinistra — a cui da ultimo si è affiancato il voto per moda (vedi https://deofficio.it/la-destra-e-la-sinistra-di-oggi-due-concetti-amorfi/ )".

Il principio supremo della democrazia è la sovranità popolare, significa che ogni cittadino ha il diritto di decidere da chi essere rappresentato attraverso l'esercizio del voto. Quello a cui alludo non è volto a dissestare questo precetto costituzionale, ma piuttosto a migliorarlo per elevare la politica e tutto ciò che concerne la decisione pubblica al gradino che merita di stare. Limitare il diritto al voto solo alle persone maggiormente competenti e informate non vuol dire creare una casta o un'élite di cittadini privilegiati, bensì significa dare efficacia al sistema democratico e soprattutto garantire una maggiore porzione di razionalità nei risultati politici. E riprendendo l'esempio del codice stradale, proprio come la patente, il voto dovrebbe essere concesso solo a posteriori di una verifica delle conoscenze di politica e attualità dell'elettore. Questo non vuol dire negare il diritto al voto alle persone che non hanno le opportune conoscenze. La patente non viene negata a coloro che non hanno l'opportunità di conoscere il codice della strada, lo Stato mette a disposizione mezzi e risorse adeguate al raggiungimento di conoscenze minime per poter guidare e quindi superare il test teorico della patente di guida. Analogamente, i cittadini che abbiano compiuto i diciotto anni di età, meno abbienti e che non hanno a disposizione i mezzi per superare "l'esame elettorale", saranno aiutati e affiancati dallo Stato, che, così facendo, assicura e garantisce il principio di sovranità popolare: suffragio universale con voto epistocratico.

È necessario e urgente che politici e cittadini acquisiscano maggiore consapevolezza sull'importanza del voto, perché ognuno vota in base alle sue idee, ma nessuno vota solo per se stesso, seppur con incidenza infinitesimale, il voto incosciente e irrazionale di un elettore ricade su tutti noi.

Scritto da

De Officio

Redazione

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