Prima di esporre la mia opinione sul conflitto in Medio Oriente, desidero fare una premessa che spesso i politici, spinti dall'orgoglio personale, si guardano bene dal farla. Le mie conoscenze in materia di relazioni internazionali e geopolitica sono limitate rispetto agli argomenti trattati in articoli precedenti. Pertanto, inizierò descrivendo il contesto generale del conflitto e poi esporrò la mia visione personale.
Due popoli, due stati
Il nucleo del conflitto tra Ebrei e Arabi in Medio Oriente ruota attorno alla rivendicazione reciproca dei territori. Gli Ebrei israeliani affermano di avere il diritto di controllare la Palestina in quanto terra di origine del loro popolo, mentre gli Arabi palestinesi rivendicano la proprietà di tali territori in quanto vi risiedevano prima dell'insediamento degli Ebrei. Gli Ebrei, a differenza degli Arabi, sono stati storicamente un popolo nomade, incapace di stabilirsi su un territorio o integrarsi in altri Paesi. La loro storia è segnata da persecuzioni e discriminazioni, motivo per cui il noto scrittore e attivista ebreo Theodor Herzl fondò il movimento politico e sociale del sionismo. Questo movimento aveva come obiettivo la creazione di uno stato indipendente per gli Ebrei, che portavano con sé un lungo bagaglio di frustrazioni e rancori, causati da emarginazione e ghettizzazione.
Il 29 novembre 1947, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite votò a maggioranza un piano di spartizione della Palestina, prevedendo la creazione di uno Stato palestinese e uno Stato ebraico, con Gerusalemme e Betlemme sotto il controllo dell'ONU. Due popoli, due Stati.
Storia di conflitti
Il 18 maggio 1948, David Ben Gurion dichiarò la nascita dello Stato di Israele. Tuttavia, appena un giorno dopo, Egitto, Iraq, Siria, Libano e Giordania si unirono alla resistenza araba contro il nuovo stato, cercando di eliminarlo. Nel gennaio 1949, dopo gli armistizi che conclusero la prima guerra d'indipendenza, lo Stato ebraico aveva notevolmente espanso il territorio assegnatogli dal piano dell'ONU.
In Egitto, il 23 luglio 1952, un gruppo di ufficiali guidati da Gamal Abdel Nasser si ribellò contro il re Faruk, e nel 1954 Nasser divenne il capo assoluto al Cairo, perseguendo il "panarabismo", ovvero l'ambizione di affermare l'Egitto come grande potenza regionale. Questo lo rese il principale leader anti-sionista. A seguito dell'avvicinamento dell'Egitto all'Unione Sovietica, Ben Gurion siglò un accordo segreto con Gran Bretagna e Francia, tenuto nascosto perfino agli americani, e il 29 ottobre 1956 le truppe israeliane penetrarono a Gaza e nel Sinai, infliggendo gravi perdite agli egiziani e costringendo Nasser a ritirare rapidamente la maggior parte del suo esercito. Ciò scatenò la rabbia degli Stati Uniti e del presidente Eisenhower, che minacciarono sanzioni economiche contro Israele e l'esclusione dall'ONU se Ben Gurion non avesse immediatamente interrotto l'attacco. Pertanto, il 9 novembre dello stesso anno, il primo ministro israeliano annunciò il ritiro delle truppe. Circa dieci anni dopo, con la guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967), causata da un falso rapporto filtrato dall'intelligence sovietica, secondo cui l'esercito israeliano si stava ammassando alla frontiera con la Siria, Israele triplicò il suo territorio di controllo.
L'Egitto tentò l'ultimo sforzo per riconquistare i territori persi nei precedenti conflitti, dopo la morte di Nasser e l'ascesa di Anwar al-Sadat al potere nel 1970. Il suo programma aveva lo scopo di favorire una trattativa diplomatica per recuperare almeno parte delle terre perdute. Il 6 ottobre 1973, egiziani e siriani attaccarono Israele, ma poche settimane dopo, il 22 ottobre, le ostilità si interruppero, e per la prima volta gli arabi potevano vantare un qualche tipo di pareggio. A seguito degli Accordi di Camp David del 1978, l'Egitto fu il primo paese arabo a riconoscere l'esistenza di Israele e a firmare un trattato di pace. Questi sono stati gli eventi storici principali che hanno influenzato la situazione attuale nel Medio Oriente.
L'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e il terrorismo
Nel 1964, su iniziativa della Lega araba, fu fondata l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) con l'obiettivo di proteggere gli interessi arabi nella regione. Nel 1969, Yasser Arafat fu eletto presidente dell'OLP e mantenne questa carica fino alla sua morte nel 2004. Il suo obiettivo principale era portare la causa palestinese all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale per ottenere il riconoscimento della Palestina come stato indipendente. L'OLP è stata di fondamentale importanza per la nascita del terrorismo arabo e per la diffusione del fondamentalismo islamico. La parte più estrema del movimento ha ritenuto il terrorismo su scala internazionale lo strumento più efficace per promuovere la loro causa. In ambito palestinese, l'islam politico si è fuso con la causa nazionale, e in particolare, nello stato di Gaza, ha favorito la radicazione e l'espansione del movimento dei Fratelli Musulmani, che nel 1987 si è trasformato in Hamas, il braccio armato dei Fratelli Musulmani, con l'obiettivo dichiarato di distruggere Israele. Questo cambiamento ha portato alla nascita di Hamas, che ha svolto un ruolo funzionale alla OLP, criticata per la sua dimensione nazionalista e laica. Un altro punto importante da tenere presente prima di analizzare il conflitto attuale sono gli storici Accordi di Oslo, firmati nel 1993. Questi accordi prevedevano il riconoscimento reciproco di Israele e Palestina e l'istituzione dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP).
La situazione attuale
Nonostante gli Accordi di Oslo, Israele ha gradualmente continuato ad occupare territori in Cisgiordania e ad annettere quartieri di Gerusalemme. Nel 2017, questa politica è stata sostenuta dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Trump, che ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. Inoltre, per evitare rivolte, Israele ha costruito muri nei territori confinanti con la Cisgiordania, aumentando le tensioni.
Le decisioni prese da Israele quindi, in alcune occasioni appoggiate da altri paesi, hanno alimentato la crescita di organizzazioni come Hamas. Quest'organizzazione, da un lato, si è impegnata in politiche di assistenza alla popolazione palestinese, dall'altro ha pianificato e attuato attacchi terroristici contro Israele.
In seguito alle elezioni vinte da Benjamin Netanyahu, Israele si è diviso internamente tra diverse fazioni, tra cui ebrei ultraortodossi, laici e sionisti. La situazione è stata complicata dalla promulgazione nel 2018 di una legge che non definisce più Israele una democrazia, ma uno "Stato nazionale del popolo ebraico", emarginando ulteriormente il 20-30% della popolazione israeliana di nazionalità araba. Dopo la guerra dei sei giorni, come menzionato in precedenza, la Striscia di Gaza rimase libera dall'occupazione israeliana, ma il Paese ha continuato ad esercitare un controllo sullo spazio aereo, sulle acque territoriali, sull'anagrafe, sugli ingressi e le uscite, nonché il sistema fiscale. Questo controllo pervasivo ha favorito la crescita del sostegno alle organizzazioni estremiste come Hamas, culminato con la vittoria di quest'ultima nelle elezioni palestinesi del 2006.
Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato un massiccio attacco militare, colpendo il muro intorno alla Striscia di Gaza e aprendo la strada alle milizie dell'organizzazione, che hanno compiuto omicidi e attacchi contro soldati e civili israeliani. Israele ha reagito rapidamente, bloccando i missili lanciati da Hamas e interrompendo l'approvvigionamento di acqua ed elettricità in gran parte del territorio di Gaza.
Seppur non scontato, è facile prendere posizioni neutrali e condannare entrambi gli attacchi. Tuttavia, è importante sottolineare che, in questo caso, l'iniziativa militare è stata avviata da Hamas, un'organizzazione considerata terroristica. Il 7 ottobre, Hamas ha violato numerose norme del diritto internazionale umanitario, compiendo omicidi indiscriminati di civili, tra cui donne, uomini, anziani e bambini, e catturando ostaggi. La domanda che dobbiamo porci prima di emettere un giudizio è la seguente: la popolazione palestinese si sente rappresentata dalle strategie di indipendenza di Hamas? Dal punto di vista del diritto internazionale, la controparte legittimata a intraprendere azioni per ottenere l'autonomia territoriale è l'Autorità Nazionale Palestinese. Dal punto di vista sociologico, Hamas è riuscita a raccogliere consensi rappresentando il malcontento causato dalla dipendenza da Israele. Pertanto, si può affermare che Hamas, non solo non è legittimato secondo le norme internazionali ad attaccare Israele, ma soprattutto rappresenta solo una piccola parte della popolazione araba palestinese. Di conseguenza, l'ONU e gli alleati di Israele hanno tutte le ragioni per sostenere lo Stato ebraico. Tuttavia, poiché Hamas non rappresenta la volontà generale del popolo palestinese, la risposta di Israele non può colpire i civili arabi palestinesi che non condividono e non hanno dato il loro consenso all'uso delle armi e al terrorismo per risolvere la centenaria controversia.
Non sarò di certo io a trovare la soluzione per questo conflitto, ma in questo caso concordo con la linea di azione proposta qualche giorno fa dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Un primo passo per attenuare la violenza del conflitto potrebbe essere quella di proteggere i civili, aprendo corridoi umanitari in Cisgiordania ed Egitto.
Tuttavia, come ha sottolineato Pablo Neruda, "le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono ma non si uccidono".





