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La censura, il politically correct e la libertà di espressione

Revisioni letterarie e cinematografiche, censura social e politically correct: una riflessione sulla libertà di espressione alla luce dell'art. 21 Cost.

De Officio5 min di lettura
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La censura, il politically correct e la libertà di espressione

Indipendentemente dal tipo di regime istituzionale del Paese – sia esso liberale, democratico, illiberale o totalitario – la maggior parte di essi è caduta in preda a una tendenza verso il controllo pervasivo di ogni forma di espressione. Quest'ultima spazia dalla censura o sospensione di contenuti pubblicati sui social media (Instagram, TikTok, YouTube, ecc.) fino ad arrivare alle azioni legali per diffamazione o ingiuria, quando tali azioni minacciano "qualità personali, morali, sociali o professionali di un individuo" (Cass. pen., sez. V n. 34145/2019). Oggi, chiunque abbia l'intenzione di condividere un concetto, un pensiero, un'opinione o qualsiasi tipo di contenuto online deve fare attenzione persino alla corretta disposizione della punteggiatura, al fine di evitare controversie mediatiche o, ancor peggio, legali.

Condivisibile o meno, la realtà dei fatti è questa. Parole, battute, contenuti e argomenti che un tempo erano all'ordine del giorno e non venivano valorizzati in maniera eccessiva, oggi vengono tagliati, censurati e talvolta addirittura evitati. Il bene e il male sono concetti relativi al tempo e al luogo, questo è innegabile. Tuttavia, quanto ancora dovremo andare avanti affinché l'opinione pubblica capisca che questo controllo eccessivo produrrà risultati opposti rispetto a quelli sperati?

La motivazione che mi ha spinto a trattare questo argomento è rappresentata dalla molteplicità di notizie che, oggigiorno, affollano le pagine dei giornali riguardo alle revisioni letterarie, cinematografiche e scientifiche, attuate per adeguarsi alle norme di correttezza politica. A titolo esemplificativo, allego alcuni articoli di giornale relativi all'argomento: https://www.ilgiornale.it/news/cultura/biancaneve-e-i-sette-nani-offensiva-e-datata-2005452.html; https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a42987419/libri-roald-dahl-censura-termini/; https://www.ilgiornale.it/news/mondo/politically-correct-si-abbatte-anche-su-sky-bollino-su-film-1871756.html.

In un futuro non troppo lontano, potremmo raggiungere il punto in cui i docenti delle scuole superiori escluderanno personaggi come Friedrich Nietzsche per blasfemia ("Dio è morto" in "Così parlò Zarathustra"), Karl Marx per istigazione alla rivoluzione e alla sovversione, Platone per aver sostenuto il classismo, e persino la poetessa Saffo per il suo "indottrinamento sessuale". Questo scenario sottolinea l'ironia del fenomeno e la deriva verso cui stiamo andando.

La sinistra rivendica la necessità di rappresentare tutte le minoranze etniche, razziali, linguistiche, religiose e sociali nei programmi televisivi e nei prodotti cinematografici; di avanzare una campagna di "normalizzazione" sulla libertà di orientamento sessuale e identità di genere. Di contro, la destra utilizza la censura come strumento di conservazione dei valori della tradizione.

Entrambe le parti politiche, quindi, adoperano la censura come strumento propagandistico e ideologico, ma spesso ciò ha l'effetto contrario rispetto a quello desiderato. Includere scene esplicite tra persone dello stesso sesso nelle serie TV (come sta facendo al momento Netflix) o nei film per esempio, non eliminerà l'ostilità che alcuni individui provano nei confronti di quel modo di vivere, ma potrebbe invece esacerbare tale avversione. Analogamente, censurare stili di vita o espressioni sessuali al fine di "proteggere" la totale autodeterminazione sessuale dei bambini e dei ragazzi esposti a tali contenuti, alimenta le critiche contro la politica retrograda e anti-progressista della destra.

Mi piace pensare che il nostro Paese sia fondato sulla libertà dell'individuo, ancor prima che sul lavoro. Un Paese che ha sconfitto e debellato i valori antidemocratici, illiberali e disumani del fascismo prima di redigere la Costituzione nel 1948, non dovrebbe utilizzare, con le opportune differenze, gli stessi strumenti di censura e limitazione della libertà di espressione per promuovere e tutelare diritti o preservare valori tradizionali.

Articolo 21 della Costituzione italiana



"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.



La stampa non puo' essere soggetta ad autorizzazioni o censure."

Nel 1963, Edoardo Vianello scrisse la celebre canzone "I Watussi". Il testo della canzone include un linguaggio e contenuti che oggi potrebbero essere considerati problematici. In diversi passaggi, si fa riferimento alle caratteristiche fisiche del popolo dei Watussi utilizzando il termine "negri". Tuttavia, all'epoca, non ci furono rimostranze significative e la canzone divenne popolare, contribuendo alla celebrità del cantautore italiano. È possibile argomentare che il tema del razzismo potrebbe non essere stato così acuto come lo è oggi, in un'era in cui i social media amplificano tali questioni. Tuttavia, occorre considerare che l'epoca coincideva con la diffusione del movimento per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti, il che suggerisce che la sensibilità al razzismo fosse molto più presente nelle loro vite rispetto ai giorni nostri. Attualmente, invece, anche solo un termine utilizzato in un testo di una canzone, in un post su Twitter o la parola 'sostituzione etnica' pronunciata da un ministro della Repubblica italiana potrebbe creare uno scalpore tale da mobilitare una crociata mediatica "antifascista", una reazione che finisce per utilizzare la stessa logica del nemico che sta combattendo.

Per comprendere a pieno le conclusioni del mio pensiero, dobbiamo discernere il concetto di razzismo, una condizione mentale che suscita paura, disprezzo e avversione verso persone fisicamente diverse, da quello di ignoranza, anche se talvolta si sovrappongono. L'ignoranza può frenare la meravigliosa creatività e originalità propria dell'essere umano. La nostra libertà non può cessare di esistere dove inizia l'ignoranza altrui. Non è la parola in sé che determina un pregiudizio sociale o razziale, ma la forza che diamo a quella parola e l'atteggiamento che utilizziamo nei confronti del prossimo che definiscono il nostro essere.

Il razzismo è una realtà che va combattuta con determinazione, ma questo, a mio giudizio, non è il modo adeguato.

Scritto da

De Officio

Redazione

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