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Le elezioni del 2027: scenari e strategie

Il 2027 si annuncia come l'anno delle elezioni politiche più complesse dell'ultimo decennio. Tra legge elettorale in bilico, partiti minori ago della bilancia e coalizioni fragili, tre scenari raccontano come potrebbe cambiare tutto.

De Officio9 min di lettura
Le elezioni del 2027: scenari e strategie

Il 2027 si annuncia come l'anno delle elezioni politiche più complesse dell'ultimo decennio: una tornata che richiederà ai partiti in competizione un inedito grado di ingegno e strategia.

La situazione attuale vede, infatti, coinvolti due ampi schieramenti antagonisti ma eterogeni e un polo che rifiuta le dinamiche tradizionali di identità politica.

Intenzioni di voto- Maggio 2026

Il centrodestra: tenuta di governo, ma con qualche crepa

Il centrodestra coinvolge quattro principali partiti, molto simili tra loro sotto determinati punti di vista, ma distanti su altrettanti. Nonostante ciò, hanno dimostrato un'ottima tenuta di governo rispetto alle perturbazioni esterne allo schieramento e a quelle interne, provenienti dai malumori di partito.

Fratelli d'Italia, sebbene reduce dalla sconfitta al referendum del 22 e 23 marzo e da una lieve contrazione dei consensi, continua a confermarsi primo partito (28,1%) e a guidare il centrodestra e l'esecutivo. Segue Forza Italia, stabile all'8,3%, e il partito di Matteo Salvini al 7,2%, quasi tre punti percentuali in meno rispetto alle elezioni del 2022.

Attualmente fuori dalle dinamiche di governo si inserisce il neonato Futuro Nazionale del Generale Vannacci. Con il suo 3,5% in rapida crescita — considerando che il partito è stato fondato solo pochi mesi fa — potrebbe giocare un ruolo strategico e decisivo nelle prossime elezioni.

Il centrosinistra: un grande calderone dal discutibile accostamento

Il centrosinistra si presenta come un minestrone: un primo piatto la cui identità è chiara, ma la cui qualità non si valuta dal numero di ingredienti, bensì dal giusto bilanciamento tra sapidità e dolcezza, dalla chiarezza di intenti, da un impiattamento ordinato e dall'armonizzazione dei sapori.

Il Partito Democratico, secondo partito in Italia e prima forza dell'opposizione (22,4%), gode (potrebbe godere) di un elevato livello di autonomia e potere decisionale rispetto alle altre forze di sinistra. Il M5S si posiziona subito dopo (12,8%), consolidandosi come l'alternativa più credibile al PD a sinistra, favorito dalla leadership forte di Giuseppe Conte. Due partiti con un ampio bacino elettorale, ma distanti e poco chiari su molti punti.

AVS è indiscutibilmente il partito di sinistra con l'identità più netta e il programma più coerente che un elettore progressista possa cercare. Non a caso è il partito di opposizione cresciuto di più in questa legislatura, passando dal 3% del 2022 all'attuale 6,2%. A livello strategico è importante, ma anche visibilmente docile e adattabile alle dinamiche di schieramento.

Restano con molti interrogativi +Europa e Italia Viva. Il partito di Riccardo Magi ha sempre orbitato attorno al campo largo pur non condividendone pubblicamente molte proposte: è il sale da aggiungere per un sapore più pungente. Italia Viva è, evidentemente, il peperoncino: sapore forte, ma divisivo. Dopo vari flirt con la destra, Renzi pare abbia deciso di rilanciarsi a sinistra. Il suo acume politico ha colto la situazione delicata di leadership e accordi nel campo largo e se n'è approfittato per dimostrare — sebbene senza intenti dichiarati — chi sia l'unica figura in grado di comunicare contemporaneamente ai giovani, alla società civile, alla politica e all'opinione pubblica con i medesimi effetti. Sembra oggi più maturo e consapevole, meno narcisista rispetto agli anni passati, capace di riconoscere i propri limiti senza rinunciare al suo impatto mediatico e politico, ancora forte e difficilmente ignorabile. L'unico nodo rimane l'identificazione dello chef e dell'accordo sul primo piatto da servire.

Il centro: Prometeo in attesa di coalizione

Il centro si chiama tale solo per via della difficoltà — o dell'indecisione — strategica ad associarsi all'uno o all'altro schieramento.

Azione è il mito di Prometeo politico: destinata a un infinito e stabile 3%, ha sfidato il fuoco del populismo di destra e dell'infertilità di sinistra, offrendo un'opportunità seria di progresso politico. Comanda la scena mediatica — solo quella — con un leader dai tratti narcisistici e troppe volte tracotanti. Ma come biasimare Carlo, quando girandosi a destra trova Salvini e girandosi a sinistra trova Bonelli e Ilaria Salis? Lui, tecnocratico di professione, accademico e manager imprenditoriale, è l'unico capace di rappresentare un ceto medio ancora trascurato sia dai riformisti del PD sia dalla destra moderata, e di elaborare un programma politico degno del suo nome: zero slogan, pochi semplicismi, tante proposte. Peccato che all'italiano non sia mai interessata la sostanza, quanto l'immagine.

Luigi Marattin e il Partito Liberal-Democratico presentano gli stessi vizi psicopolitici di Azione, i medesimi contenuti, ma con un impatto decisamente meno visibile. Tuttavia, nato solo un anno fa, il partito gode di un piccolo ma non del tutto irrilevante 1,3%. Michele Boldrin, che sta acquisendo progressivamente maggiore copertura mediatica, ha attribuito al suo partito, ORA, gli stessi ideali di competenza e ragionevolezza politica — con un pizzico di presunzione intellettuale — tipici del centro. Chissà se i tre moschettieri battaglieranno tra di loro o si uniranno per una missione comune.

La logica controversa del 2027

L'unica certezza sarà la logica paradossale delle prossime elezioni: a decidere da che parte far pendere l'ago della bilancia saranno i partiti con meno consensi e non immediatamente associabili a nessuna coalizione — Azione, Futuro Nazionale, Italia Viva.

La legge elettorale

Gli orizzonti politici dell'esecutivo offrono anche la volontà della maggioranza di modificare la legge elettorale. La nostra storia politica dimostra che cambiare il processo elettorale non è sempre una sfida semplice e troppo spesso priva di opposizioni e ostacoli.

La legge in vigore, il Rosatellum, è un sistema misto che vede combinati criteri maggioritari e proporzionali. Approvata dopo la dichiarazione di incostituzionalità delle due precedenti (Porcellum 2005; Italicum 2015), prevede che il 37% dei seggi siano assegnati in collegi uninominali dove i candidati che prendono più voti vengono eletti; il 63%, invece, assegnati in collegi plurinominali tramite liste bloccate di candidati.

Discriminante fondamentale di questo sistema elettorale è l'assenza di un premio di maggioranza: la ripartizione dei seggi tra proporzionale e maggioritario tende ad attribuire centralità alla capacità dei partiti e delle coalizioni di vincere nei collegi uninominali. Sono questi ultimi, infatti, a determinare la governabilità.

Le elezioni del 2022 ne sono la concreta dimostrazione. In assenza di un premio di maggioranza, lo schieramento di centrodestra, ottenendo circa l'80% dei collegi uninominali, è riuscito a guadagnare un discreto vantaggio parlamentare sul centrosinistra che si è presentato in liste separate, spargendo, di fatto, i voti progressisti e favorendo le liste del cdx. In questo modo la coalizione di destra governa con una cospicua maggioranza (quasi il 60% dei seggi in parlamento) da quattro anni pur avendo ottenuto al proporzionale un esiguo 43% nei collegi plurinominali.

Come ho detto, cambiare la legge elettorale è sempre stata una manovra delicata e fonte di scontro tra interessi distinti, provenienti anche dalla stessa maggioranza. Renzi nel 2015, all'epoca Presidente del Consiglio e leader del PD, fronteggiò la forte opposizione interna al suo stesso partito per promuovere l'Italicum. È ragionevole credere che ogni partito abbia interessi propri e distinti tra loro sulla formulazione del sistema elettorale, in relazione agli andamenti dei sondaggi e dei consensi di cui godono in quel momento.

Giorgia Meloni, secondo quanto riporta La7, intende accelerare l'iter di approvazione della nuova legge elettorale. Soprannominata Stabilicum, proprio per la volontà dichiarata di adottare un sistema che contribuisca a dare stabilità all'esecutivo, eliminando ogni «ricatto dei partitini» — afferma Ciriani, il Ministro per i rapporti con il Parlamento.

La proposta di legge elettorale sostenuta dalla maggioranza prevede novità significative, soprattutto per quanto riguarda l'inserimento di un premio di maggioranza. La lista o la coalizione che ottiene il 42% dei voti (una prima bozza impostava la soglia al 40%, ritenuta ancora bassa) ha diritto a un premio di governabilità espresso in seggi: 70 alla Camera e 35 al Senato. Elimina il precedente sistema misto, mantenendo solo liste bloccate nei collegi plurinominali.

La proposta è ancora in fase di discussione in Commissione parlamentare, per cui si tratta ancora di un'ipotesi che, tuttavia, i partiti dovrebbero comunque prendere in considerazione e organizzarsi di conseguenza, conoscendo le intenzioni della Meloni di approvare la legge prima delle prossime elezioni.

I possibili scenari

Alla luce della motivazione espressa dalla maggioranza riguardo la volontà di cambiare legge elettorale, non è una supposizione infondata ritenere di importanza strategica il peso politico dei partiti minori, quelli che Ciriani considera «partitini». I seguenti scenari sono abbastanza autoesplicativi dell'impatto su cui potrebbero fare leva i partiti con meno voti nei sondaggi.

Qualora lo Stabilicum dovesse rimanere un sogno nel cassetto del governo, si presenterebbero i seguenti scenari, basati sulle intenzioni di voto riportate da Youtrend nel momento in cui scrivo.

Scenario 1: campo largo vs. centrodestra

La coalizione di centrodestra composta da FdI, Lega e FI — attuale maggioranza — si presenta unita, escludendo FN dallo schieramento, e ottiene il 42,6%. Il campo largo unito, composto da PD, M5S e AVS, imbarca anche Italia Viva e +Europa e arriva al 45%. Il polo di centro in lista unica avrebbe un 4,5%, superando di pochi punti la soglia di sbarramento. Futuro Nazionale in solitaria al 3,4%.

La situazione sarebbe pressocchè instabile e indefinita. Il centro- sempre che esso si presenti unito- e FN deciderebbero le sorti del prossimo esecutivo.

Grafico Scenario 1 — Sondaggio elettorale maggio 2026

Scenario 2: Cdx + Futuro Nazionale

L'attuale maggioranza di governo ingloba il partito di Vannacci, consentendogli di superare il campo largo e arrivare al 46% circa. Lo schieramento progressista tornera al secondo posto con un solo punto percentuale di differenza. Il centro, ultima ruota del carro.

Da considerare che in questo scenario — e quello seguente — presentarsi in liste uniche favorirebbe la concentrazione di voti nei collegi uninominali, gonfiando potenzialmente i voti complessivi della coalizione. I grafici riportano esclusivamente la somma in percentuali delle attuali intenzioni di voto.

Grafico Scenario 2 — Cdx + Futuro Nazionale

Scenario 3: Il centro s'è desta

Carlo Calenda smette di fare il saggio e inizia a essere un politico. Capisce che con il 3% in solitaria non riempirebbe nemmeno i «seggi» nei bagni del parlamento e si schiera. Qualora dovesse scegliere la coalizione di destra (FdI, Lega, FI + FN + Azione), governerebbero con un totale di circa il 49%. In caso di esclusione dalla coalizione di FN, il risultato sarebbe pressoché lo stesso del secondo scenario, ma con Azione nel cdx. Se, invece, dovesse schierarsi con il campo largo, allora quest'ultimo salirebbe al 48% circa.

Grafico Scenario 3 — Il centro s'è desta

Coalizioni fragili, un vincitore incerto

Coalizioni fragili, frammentate e indecise: in queste elezioni vincerà la solidità dei rapporti politici.

Il polo di centro, come di consueto, probabilmente aspetta di arrivare a ridosso delle elezioni prima di sciogliere le riserve e scegliere i titolari con cui andare alle elezioni. In pratica aspetta di capire chi ce la può fare e poi si aggrega a lui.

Mentre Salvini e Vannacci sono come la coppia in un gruppo di amici che si lascia e costringe i loro compagni a scegliere con chi stare.

Schlein, Conte, Silvia Salis e Matteo Renzi, invece, stanno facendo il concorso di bellezza più atipico di sempre che, con ogni probabilità, finirà per fare di tutti e quattro brutti.

La strada per le prossime elezioni è ancora lunga e potrebbe riservarci sorprese. Non è tuttavia da escludere la possibilità che Meloni, o altri leader dell’esecutivo, chieda le elezioni anticipate per esigenze strategiche.

Scritto da

De Officio

Redazione

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