Il 31 marzo scorso la nazionale italiana di calcio ha perso per la terza volta consecutiva la possibilità di partecipare ai mondiali. Un'assenza — dopo le eliminazioni agli spareggi con Macedonia (2022) e Svezia (2017) — che pesa ancora di più se si considera il prestigio e la storia di cui gode il nostro Paese in questo sport.
Il calcio italiano, infatti, ha sempre avuto un impatto considerevole nell'evoluzione e nella diffusione di questa disciplina: ha inciso sullo stile, sulle modalità e sui tempi di gioco. È stato per anni il modello europeo, ha valorizzato prodotti grezzi delle nostre giovanili e accolto talenti da tutto il mondo. Campioni come Baggio, Maldini e Totti hanno ricevuto credito e stima dall'intera comunità calcistica internazionale per le loro qualità. Le nostre strutture sportive erano una fucina di promesse calcistiche. Fino al 2014 figuravamo tra le nazionali di maggior successo agonistico.
Ora, invece, stiamo affrontando probabilmente il punto più basso della nostra storia. Il calcio è un patrimonio del nostro Paese e, in quanto tale, è giusto che vada monitorato, preservato e custodito. Le dure reazioni alla sconfitta con la Bosnia e la conseguente eliminazione alle qualificazioni del mondiale 2026, sono più che motivate.
Resta da capire perché mai questo tipo di mobilitazione mediatica si attiva solo per temi marginali rispetto all'agenda pubblica?
Io non nego di essere un fervente e assiduo sostenitore e tifoso del calcio italiano. Così come altri milioni di miei concittadini sono rimasto profondamente deluso per l'ennesima esclusione al mondiale. Tuttavia, questo interrogativo mi tormenta da giorni. Com'è possibile che, mentre i giovani laureati scappano all'estero, le scuole cadono a pezzi, i docenti sono sottopagati e gli studenti fuori sede sono lasciati senza tutele, la priorità del dibattito pubblico sembri essere l'elezione del prossimo presidente della FIGC? È un ordine di grandezza che non mi convince affatto.
Andiamo per gradi.
Il calcio come industria
Per guardare la realtà senza filtri, bisogna considerare che l'effettiva importanza di un'industria nella società si valuta nella misura in cui questa riesce a portare guadagni, benefici e prestigio al Paese.
Questo criterio è utile non solo per giustificare la sua presenza nel dibattito pubblico, ma anche per decidere di quante risorse economiche e sociali abbia bisogno per garantirne il sostentamento e la prosperità.
In sintesi: «se ci fai guadagnare noi ci occupiamo di te e ti diamo i soldi».
Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, il calcio italiano contribuisce per 12,4 miliardi al PIL nazionale, circa lo 0,5% del totale. Questo dimostra che, se è vero che il calcio non è la priorità di un Paese sviluppato, è altrettanto vero che non può nemmeno essere trascurato per il suo impatto economico e sociale. Infatti, oltre a essere una delle industrie più prolifiche economicamente, è anche una delle più grandi macchine di inclusione sociale del nostro Paese — «per la sua capacità unica di unire persone, territori e generazioni, il calcio ha una responsabilità che va oltre la competizione e la performance» — come ha sottolineato l'ormai ex presidente della FIGC, Gabriele Gravina.
È importante quindi, ai fini della comprensione dell'articolo, chiarire che il calcio italiano non sopravvive grazie ai soldi dei contribuenti. Il calcio e la nazionale italiana sono un'industria economica e sociale non irrilevante e fondamentale per il nostro Paese. Questo è indiscutibile.
L'issue publics e l'ipocrisia mediatica
Quanto può essere invece interessante da notare è il fenomeno dell'issue publics. In sociologia, descrive la mobilitazione di cittadini su un singolo tema. Può essere descritto come una dinamica mediatica attraverso cui la maggior parte dei cittadini si attiva per esprimere la propria posizione su temi in voga in quel determinato momento.
Google Trends riporta una serie di dati che illustrano l'ipocrisia mediatica di cui parlo.
La piattaforma Google si occupa di mostrare l'indice di interesse nei confronti di una determinata ricerca in un determinato periodo di tempo. Il valore di interesse, indicato in percentuale, è il risultato di un rapporto tra le ricerche fatte su quel tema e le ricerche totali fatte in quel giorno. Include nella statistica solo tutti i dispositivi che si trovano fisicamente all'interno dei confini geografici dell'Italia nel momento in cui effettua la ricerca.
Calcio vs. istruzione: cosa cercano gli italiani

Confronto interesse
Il grafico illustra il rapporto di interesse mostrato nelle ricerche sulla piattaforma Google tra nazionale italiana di calcio e istruzione: il colore verde disegna l'andamento di interesse per la prima, mentre quello rosso per la seconda.
La linea verde percorre un picco di interesse alla nazionale di calcio italiana, vissuta nella settimana della partita di qualificazione ai mondiali. Questa «catarsi emotiva» ha generato un effetto che in sociologia viene chiamato evento mediale di rottura. Una convergenza assoluta che crea un'illusione di mobilitazione e sdegno di una potenza incalcolabile: la politica, i media e la federazione si sentono accerchiati da un'opinione pubblica compatta. Da qui l'urgenza di parlare di riforme e ricostruzione. Tuttavia, è una mobilitazione fondata sull'onda emotiva. Nel giro di una settimana il valore crolla verticalmente.
La linea rossa, invece, raggiunge il suo valore massimo (100) il 4 giugno. È un picco funzionale e burocratico: l'effetto di milioni di studenti, famiglie e insegnanti che cercano contemporaneamente scadenze, quadri, materie della Maturità e trasferimenti del personale. L'istruzione, a differenza del calcio, vive un interesse continuo nelle ricerche degli italiani, tutte le crescite sono strettamente ricollegabili a date burocratiche istituzionali, come l'inizio dell'anno accademico, le vacanze o, appunto, la maturità. L'assenza di picchi emotivi, in grado di generare effetti analoghi a un'eliminazione dal mondiale, non consente ai problemi strutturali del nostro sistema scolastico e della nostra istruzione di emergere nel dibattito pubblico.
Le logiche della copertura mediatica rispondono a criteri basati più sull'emotività che sulla razionalità. Un evento, un tema o un fenomeno è rilevante nella misura in cui può essere spettacolarizzato. Quello che un utente cerca su una piattaforma come Google è lo specchio di quanto gli viene presentato passivamente sui social o sui giornali.
L'agenda pubblica e la responsabilità politica
L'agenda pubblica, l'insieme dei temi rilevanti per attori politici e cittadini, è la combinazione tra domanda di informazione — l'indice di interesse — e offerta di informazione — la copertura mediatica — che spesso vanno a braccetto.
Gli attori politici, in questo circolo mediatico, sono corresponsabili insieme alle piattaforme digitali. I partiti, gli schieramenti politici e le istituzioni hanno gli strumenti per individuare criticità che i media o i giornali da soli non rilevano, o marginalizzano volutamente per rispondere alle logiche di mercato.
I numeri che non fanno notizia

Una serie di indagini condotte dall'ISTAT ha rilevato che, nel 2024, la quota di laureati tra i giovani italiani è risultata inferiore di 11 punti rispetto alla media UE, mentre nel Mezzogiorno il 15% degli studenti abbandona prematuramente la scuola. Non è un quadro facile da trasmettere ai cittadini: la sua complessità non si presta a slogan superficiali e richiede un'analisi approfondita. Tuttavia, questa difficoltà non dovrebbe ostacolare l'obbligo morale degli attori politici di mostrare la realtà dei fatti e governarla.
A questo si aggiunge la questione della «fuga dei cervelli» e del disallineamento del mercato: secondo Neodemos, il 51% degli italiani emigrati nel 2023 è in possesso di un titolo universitario. Una scelta spesso forzata, dato che - come riportato da Starting Finance per il biennio 2025-2026 - circa 3 neolaureati su 10 faticano a trovare un impiego stabile nei primi tre anni dal titolo, e il 40% dei laureati dichiara di non possedere le competenze specificamente richieste dalle aziende.
È triste credere che i dati appena riportati non generino un impatto emotivo equivalente a quello prodotto da un’eliminazione da un torneo di calcio.
Lo specchio che abbiamo scelto
Non si tratta di quanti soldi lo Stato percepisce o indirizza al sistema calcistico, ma delle nostre reali convinzioni nel cambiare le cose e nel saper ponderare lo spazio giusto ai temi prioritari nella nostra agenda.
Finché un'eliminazione dal mondiale muove più indignazione di un sistema scolastico che perde pezzi, il problema non è il calcio. È lo specchio che abbiamo scelto di guardarci.





